I due colpi che uccisero tre persone

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Ogni sera, più o meno intorno alle 23, inizio a sentire il peso della giornata.
Non so se sia la vecchiaia che inesorabilmente incalza, o la miriade di cose che faccio tutto il giorno. La stanchezza mi assale e l’unica compagnia di cui ho voglia è quella del mio cuscino. Giusto il tempo di un’ultima partita a Candy Crash e poi le nanne.
Ma a casa mia non tutti vanno a dormire come le galline, mio figlio più grande, il mio quasi quindicenne Leonardo, rimane in salotto fino a tardi. In pace, da solo, senza fratellini che gli girano intorno e senza genitori petulanti che gli dicano questo si e questo no.

Io me lo immagino svaccato sul divano a guardare la televisione, o incollato al suo iPhone a chattare su Facebook, e invece no, con mia grande sorpresa, mi sono resa conto che lui di notte scrive. E scrive queste cose:

I due colpi che uccisero tre persone
di Leonardo Pevarelli

Era una giornata calda e assolata, il vento alzava la sabbia del deserto. Un solo rumore in lontananza: un camion che si avvicinava, pieno di uomini incappucciati, silenziosi, minacciosi.
Una ragazzina solitaria scruta l’orizzonte, non dovrebbe comprendere ciò che sta per accadere, ma purtroppo capisce nonostante la sua giovanissima età.
Un uomo esce correndo da una casa, porta con se una sacca e una vecchia sporca borraccia traboccante d’acqua, una coperta e del cibo. L’uomo corre dalla bambina mentre il rombo del mezzo si fa sempre più vicino. La bambina è spaventata, si gira verso l’uomo, verso suo padre e comincia a piangere. Anche suo padre piange, ma non possono rimanere insieme, lei deve scappare da quegli uomini. Anche una donna esce dalla casa, è in lacrime e corre verso i due. Lei è la madre della bambina, ma non sarà così per molto.
Un ultimo bacio, un ultimo abbraccio, un ultimo addio e la bambina comincia a correre con sulle spalle la sacca del padre.
La bambina corre, corre più veloce e più lontano che può. Si ferma su di un’altura da cui può vedere ciò che quella era stata la sua casa per 13 anni. Il camion si ferma davanti ai genitori della ragazza e gli uomini sul cassone scendono minacciosi, i volti coperti da veli. Ognuno di essi imbraccia un fucile, nel cinturone una pistola e un pugnale. Da quella folla di combattenti si delinea un uomo alto, massiccio, l’unico senza veli sul capo, con grandi occhiali da sole, una folta barba e una pelle scura, colorita dal sole e asciugata dalla sabbia del deserto.
Il padre e quell’uomo cominciano a discutere animatamente. La ragazza spia la conversazione nascosta da un cespuglio. Dopo poco un colpo di pistola squarcia l’aria, il padre della ragazzina è stato ucciso ma non c’è il tempo di piangerlo: un secondo colpo è sparato, ma questa volta il bersaglio è la madre della ragazza. Lei vorrebbe piangere, vorrebbe piangere e urlare a pieni polmoni agli assassini della sua famiglia ma non può, deve scappare. Una scia di lacrime accompagna il suo cammino verso l’ignoto, verso la libertà e l’esilio dalla casa tanto amata.

Giunse inesorabile la notte, e con essa l’oscurità, il freddo, la solitudine. Non mangiò ciò che sua madre tanto amorevolmente le aveva preparato, non bevve l’acqua passatale dal padre, semplicemente si lasciò cadere sulla dura roccia su cui stava viaggiando. La mattina dopo avrebbe dovuto camminare per trentacinque chilometri per raggiungere il villaggio più vicino. Le sue palpebre lentamente si abbassavano, il sonno la raggiungeva…
Si svegliò di soprassalto, il sole era appena sorto ma scaldava come se fosse mezzogiorno. Il calore la avvolgeva come una coperta, le sembrava strano l’essere passata dal gelo della notte al calore del giorno. Si mise in cammino verso il villaggio della zia, il posto in cui avrebbe trovato un rifugio sicuro per lei.
Come una pellegrina arrivò di notte, celata da ciò che un tempo temeva: l’oscurità. Si ricordava la posizione della casa della zia: era la terza sulla parte destra della strada. Bussò, ma nessuno rispose. Bussò per molte volte, ma nessuno rispondeva. Allora decise di andare a cercare qualche altra persona che conosceva del villaggio, ma nessuno rispondeva. Insospettita e spaventata si mise a girare nei dintorni del villaggio. Fu nel recinto delle galline che trovò l’impensabile: sua zia, i suoi amici e le sue amiche, uomini e donne, tutti raggruppati insieme. Erano una quarantina, ma non uno di loro che respirasse. A quella vista scoppiò mi lacrime, sapeva che era colpa sua. Ma non poteva stare all’esterno troppo a lungo, doveva nascondersi.
Scelse la casa di sua zia, ed era uguale a come la ricordava: il grande tappeto rosso che adornava l’ingresso, il piccolo divano marrone che delineava il salotto, le vecchie credenze rotte in legno, il letto fatto di stracci, peccato mancasse una sola cosa: sua zia.
Non osò dormire sul letto, non ci riusciva: preferì il divano. La svegliò il suono di una colonna di camion che si avvicinava minacciosa. In poco tempo il convoglio fu al villaggio e un centinaio di uomini armati invase la zona. La ragazza fu subito trovata e portata al cospetto del capitano.
Lei pregò perché degli angeli potessero scendere sulla terra dal cielo per salvarla, ma la povera non aveva speranze. Fu spinta fino in mezzo alla strada e uno degli uomini la colpì alla nuca con il calcio del fucile. Lei cadde in avanti, ma la misero in ginocchio; a quel punto il comandante di quei miliziani si avvicina con la bocca contratta in una smorfia che potrebbe ricordare un sorriso, una pistola in una mano e il senso di potere e invincibilità nell’anima.
Sta per sparare a quella giovane ragazza, ma le sue preghiere vengono ascoltate: nel cielo sovrastante una quarantina di macchie scure appaiono e si avvicinano sempre più. Ormai la ragazza non è più al centro dell’attenzione, lo è il cielo. Le macchie via via si ingrandiscono, fino a delineare corpi di uomini.
Sopra le teste si aprono i paracadute.
Solo allora i militanti realizzano di essere sotto attacco, e che dovranno combattere contro uno dei corpi militari più pericolosi: la famosa “airborne” americana.
I piedi del primo soldato impattano il suolo e subito una raffica è sparata dal suo fucile. Ad uno ad uno ogni paracadutista arriva al villaggio, e dopo poco più di cinque minuti ognuno di essi aveva sparato almeno una scarica di caldo piombo. I miliziani erano nel panico: poco più di dieci minuti prima erano un centinaio andati a giustiziare un’indifesa ragazza di tredici anni, mentre adesso più della metà di loro era morta combattendo contro un nemico che appariva invincibile.
La ragazza era nel mezzo di quell’inferno di piombo e terra, spaventata e impietrita, non riusciva e non voleva muoversi.

La battaglia infuria per tredici minuti, in cui più di un centinaio di miliziani perde la vita. Poi tutto per un po’ tace: le urla, gli spari, le esplosioni. Il vento si alza, fa volteggiare nell’aria circostante pezzi di stracci. La calma è tornata, almeno per un po’ quell’angolo di inferno in terra si congela.
Il silenzio è rotto da un urlo di uno degli americani in una lingua incomprensibile alla ragazza. Passano i minuti, ma l’americano non ha ancora risposte.
La ragazza prese coraggio e si avvicinò ai paracadutisti e loro la presero in custodia. Uno di loro chiamò qualcuno via radio e poco dopo un elicottero atterrò poco distante da loro. I soldati scortarono la ragazza sull’elicottero, alcuni di oro salirono e ripartirono. L’elicottero viaggiava veloce nel cielo, accompagnato da molti altri: alcuni distanti, alcuni vicini. Sullo sfondo si vedevano alte montagne di fumo, pareti di fuoco, esplosioni e veicoli che correvano veloci per il deserto. La ragazza era perplessa, lo si ergeva sul suo volto da bambina. Uno dei soldati la vide e le disse una frase che avrebbe capito solo alcuni anni più tardi: “Your parents saved one of our guys, we owned them something. And that something turns out to be your life”. Lei non capì, ma il tono con cui quell’uomo glielo disse la calmò.
Ma qualcosa era cambiato in lei, era diversa da quando i suoi genitori erano stati uccisi: da ragazza solare a donna cupa e triste, e così resterà per tutta la vita: cupa e triste.
Quei due colpi uccisero la madre, il padre e l’anima della ragazza.

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