Fenomenologia del “mi piace”

mi piace
Courtesy image: http://www.pianetatech.it/

I mi piace non sono tutti uguali.
Ci avete mai fatto caso?

Quando stiamo scorrendo il nostro feed su Facebook, e ci imbattiamo in un contenuto che attira la nostra attenzione, sia questo uno status, una notizia di cronaca, la foto di un amico, il nostro comportamento di fronte ad esso non è sempre spontaneo, anzi quasi mai.
Ci ho riflettuto molto recentemente, soprattutto durante la (finalmente) passata campagna elettorale.
Mi sono resa conto che mettere un pollicione blu ad un qualsiasi tipo di contenuto, comporta in realtà un ragionamento preciso, legato a logiche che potremmo definire “sociali”, e non semplicemente “social”, la maggior parte di esse sono spesso correlate al tipo di rapporto che abbiamo con la persona che ha condiviso quello status, foto, notizia, link eccetera.

Facciamo un esempio:
C’è quel tizio che vi sta proprio sullo stomaco, ma proprio tanto. Quello per il quale vi chiedete in continuazione “ma perché è mio amico su Facebook? Ah si, eravamo in classe insieme all’asilo“, avete presente? Ecco, oggi il tizio ha condiviso la foto di un cagnolino pucciosissimo che salva un gattino dall’annegamento. Che fate? Mettete mi piace senza pensarci, oppure valutate se effettivamente meriti il vostro pollice?
Ammettiamolo, se uno ci sta sulle balle, ci pensiamo su un attimo prima di dimostrare la nostra approvazione, qualunque cosa questo tipo decida di postare.

Altro esempio:
Una delle vostre amiche più care pubblica una foto discutibile di suo figlio che è venuto proprio male, talmente male che vi viene voglia di nascondere questo contenuto, la foto, però, raccoglie una cinquantina di mi piace, mentre voi vi chiedete il perché. Che fate? Partecipate all’orgoglio (sempre giustificato) di una mamma che vuole mostrare il proprio bambino, oppure fate finta di nulla e ignorate la foto? Eh lei però mette sempre mi piace alle foto dei miei bambini….vi è mai successo?

Ma gli esempi volendo, potrebbero essere moltissimi, dal timore di sembrare degli stalker mettendo troppi mi piace ai contenuti delle stesse persone, temendo di sembrare quello che ci prova, ai mi piace dati “per convenienza” perché, magari li ha condivisi il vostro capo. O ancora, perché non volete far credere a quella cretina bionda che fa bene a tirarsela in quel modo. Il meccanismo che guida la scelta di approvare o meno un qualsiasi contenuto online, in realtà rispecchia il rapporto reale tra le persone (quelle che si conoscono di persona, ovvio), ed è quasi sempre frutto di un ragionamento preciso, non spontaneo, non immediato.

Parlo dei mi piace, ma naturalmente vale per qualsiasi tipo di aggiornamento. Quante volte avreste voluto condividere qualcosa, ma vi siete fermati per la paura di essere giudicati da questo o da quell’amico? No, questo non lo condivido perché se no Tizio e Caio pensano che mi sia schierato dalla parte di Sempronio.
Non è vero che siamo liberi, non lo siamo mai in realtà. Siamo sempre i primi a porre dei limiti a noi stessi, spesso sbagliando, spesso per il quieto vivere. Facebook e i social in generale, sembrano somigliare sempre di più alla vita vera, ma c’è una cosa che, secondo me, è imprescindibile, e cioè che per poter fare rete online, bisogna prima essere in grado di farlo offline.

Sembrerebbe così semplice, se una cosa ci piace, ci piace e basta. Che bisogno c’è di complicarsi la vita? Eppure in questo siamo sempre bravissimi, io per prima.

Detto questo, se anche vi sto sulle balle, un mi piace qui sotto lo potete mettere, tanto non vedo chi siete. 😉

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5 pensieri su “Fenomenologia del “mi piace”

  1. Cerco sempre di motivare i “mi piace” che metto in giro. Per prima cosa a me stesso, poi magari aggiungendo un commento. Da quando sono su FB, mi sono ripromesso di contenere il “mipiacismo”, poi però ricasco anch’io nella casistica che hai citato: a volte lo faccio per convenienza, altre per automatismo, altre per illudermi di poter rimediare, in modo rapido e poco “costoso”, ad una colpevole assenza, come amico, nella vita reale.
    È vero tutto ciò che hai scritto. Tanto vero che per principio non ho colleghi di lavoro tra gli amici di FB ed evito di esporre sui social aspetti troppo intimi della mia vita. Ma non è facile sfuggire al meccanismo “subdolo” e “perverso” del social network di massa: uso le virgolette perché non voglio demonizzare, né dare un accezione negativa al tema dei social. Piuttosto, l’immediatezza, la semplicità con cui è possibile condividere qualunque pensiero, immagine, idea, porta inevitalbimente all’accumulo, alla sovrabbondanza. Difficile approfondire una tale quantità di input quotidiani, difficile non diventare superficiali e sbrigativi nei rapporti, per lo meno sul piano virtuale. Perché, in effetti, l’uomo non è fatto per restare indifferente, ma neppure può espandere indefinitamente il proprio orizzonte senza sacrificarsi in profondità. Forse è anche per questo che la comunità blogger resta il mio social preferito: c’e più “lavoro” dietro, più tempo speso a scrivere e a leggere, cioè a capire sé stessi e gli altri. In una parola, c’è più sostanza. Ciò non toglie che la rete, con le sue caratteristiche di illimitatezza e interattività, porti insito in sé stesso il rischio di trasformarsi in un’immensa piazza affollatissima, nella quale tutti ‘gridano’ sé stessi e nessuno ascolta.
    Un bello spunto l’hai dato tu stessa nel post: i social sembrano somigliare sempre più alla vita vera, ma resta il fatto che per fare davvero rete online, bisogna prima essere in grado di farlo offline. Un’osservazione molto acuta, che condivido in pieno.
    E così ho motivato anche questo “mi piace”…

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