Quando il (Social media) fail diventa (above the line) win

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Se ne è fatto un gran parlare ultimamente, Facebook ha visto il proliferare di pagine e pagine che raccolgono in modo spesso davvero divertente, gli scivoloni pubblicitari (in gergo chiamati fail, cioè fallire) di alcune aziende top spender nel settore marketing e pubblicità.
Tra le mie preferite c’è senza dubbio Social Media Epic Fails, che raccoglie il peggio del peggio che si trova in giro tra le varie ADV e le offre al pubblico generando una moltitudine di commenti, e soprattutto dimostrando che spendere tanto in pubblicità, ricoprendo di milioni le agenzie più rinomate, non sempre porta il risultato sperato…gli smanettoni del web sono sempre in agguato, ed è difficilissimo che scappi loro qualcosa.

Ce ne sarebbe un elenco davvero lunghissimo di questi fail, alcuni davvero imbarazzanti e fortemente penalizzanti per l’azienda cliente, altri invece (quelli più riusciti) probabilmente sono frutto di studiatissime campagne provocatorie pianificate a tavolino da qualche testone del marketing, con lo scopo di fare buzzing (risultato che il più delle volte viene raggiunto).

Capita molto spesso però, che alcune aziende sottovalutino l’importanza della rete nella diffusione dei propri messaggi pubblicitari non affidandosi ad esperti del settore nella promozione online, perché tanto – e cito – “mio nipote di 17 anni è uno smanettone  che sta tutto il giorno su  Facebook e gli inserimenti dei post me li faccio fare da lui”. In questi casi però, parliamo di aziende che non hanno una visibilità globale abituate a spendere milioni, ma di realtà più piccole che stanno iniziando (SOLO ORA???) a rendersi conto dell’importanza del 2.0 e dei social network per promuoversi. Vi consiglio, a tal proposito, questi due articoli, uno di Alessia e l’altro di Giovanni, che dimostrano in maniera assolutamente lucida come sui social sia facile pestare una merda.

C’è chi decide di cavalcare l’onda di un sempre più diffuso e preoccupante sentimento razzista, associandolo alle scamorze

Zappalà, la scamorza razzista
Zappalà, la scamorza razzista

C’è chi invece attinge a piene mani dalla più recente attualità, andando a scomodare nientepopodimenoche il datagate e i suoi protagonisti:

Blush, la lingerie preferita dalle spie internazionali
Blush, la lingerie preferita dalle spie internazionali

C’è anche chi ha sul libro paga un art director talmente creativo da partorire abomini di questo genere:

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Sprecate il latte gente! Buttatevelo in faccia (solo per donne però….)

Ma parliamo di uno dei più clamorosi, secondo me, S.M.E.F. (social media epic fail) degli ultimi tempi, quello di Philadelphia Italia.
E’ assodato che sesso e pubblicità viaggino nello stesso vagone – ne ho parlato in questo post qualche mese fa – ma quando la componente sessuale della pubblicità non è più un sedere da urlo bensì un’immagine molto ma molto più spinta, o una frase decisamente equivoca, ecco che si scatena il social mondo. Quello degli indignagti, degli esperti, delle donne offese, insomma degli internauti all over the world che si uniscono compatti per trollare il malcapitato Social Media Manager (spesso sottopagato) di turno.

Tra i peggiori di questo periodo una menzione particolare, come dicevo, va senza dubbio a Philadelphia (vedi immagine in apertura del post) e una anche alla meno famosa  gelateria Al Pescatore, della quale vi regalo (foto sotto) la delicatissima ed elegantissima immagine di copertina della fan page Facebook…commentiamo?
Anche no…

Il chucchiaino! Intendono il cucchiaino!!!! Cosa avevate capito?
Il chucchiaino! Intendono il cucchiaino!!!! Cosa avevate capito?

Vi lascio immaginare i commenti di fronte a queste genialissime trovate pubblicitarie…verrebbe quasi da pensare che dopo essere stati virtualmente bastonati sul web, questi testoni del marketing, e loro clienti, abbiano fatto un passo indietro, abbiano in qualche modo tentato di salvare il salavabile, giustificandosi, o inventando assurde startegie di marketing a sostegno delle loro immagini e claim da Ilona Staller

Ebbene si, guardate in che modo si sono redenti quelli di Philadelphia Italia…
Non c’è che dire “Philadelphia Italia, un brand che ascolta il feedback dei prosumers” (CIT. Social Media Epic Falis)

Il Duomo di Milano
Il Duomo di Milano

Mi sembra piuttosto chiaro che questo sia un caso di social media epic fail che diventa un immenso above the line windimostrando, ancora una volta, che il potere del marketing, ma soprattutto dei soldi, vince su tutto.
Anche sul buongusto.

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