“Venuto al Mondo” di Margaret Mazzantini: medicina per la (mia) mente

Avete letto “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini?
Se non l’avete fatto, mollate questo post e correte subito in libreria!
Perchè una che descrive il mare come “il sangue azzurro delle rocce”, non può non essere letta.

Non mi capitava da parecchio tempo di appassionarmi così tanto ad un libro.
Leggere la storia di Gemma e Diego mi ha regalato alcune emozioni davvero inaspettate, mi ha fatto tornare alle mie estati di bambina quando con la famiglia andavamo al mare in Croazia.

In realtà non sono mai stata nei luoghi raccontati nel romanzo (ci siamo fermati molto più a nord di Dubrovnik o Sarajevo), ma la descrizione di questi mi ha catapultata indietro nel tempo, facendomi rivivere attimi che si erano persi chissà dove nella mia memoria.

Avevo completamente cancellato il momento in cui ho scoperto che c’era una guerra in corso.
Avevo ignorato per decenni questo ricordo, fino a quando ne ho letto i passaggi nel romanzo; non so come, non so perchè ma mi si è accesa una lucina nella testa che mi ha riportato alla primavera del ’91, quando mio padre ci ha detto che avremmo dovuto cambiare meta per le vacanze perchè “in Jugoslavia c’è la guerra.”

Da qui in poi è stato un sesseguirsi di ricordi.
Ho continuato a leggere accompagnata dai pensieri felici della mia infanzia che erano stati risvegliati.
Quando Pietro, appena arrivato a Sarajevo, ha chiesto alla madre come si dice “gelato”, mi è tornato in mente lo sladoled alla vaniglia racchiuso dentro una pallina di plastica rossa, aveva una finestrella troppo piccola per il cucchiaino ed io e i miei fratelli ne andavamo matti.
Ho rimesso ai piedi le mie scarpette di gomma per camminare sugli scogli, mi sono rituffata in acque cristalline, ho evitato con cura i ricci di mare e ho camminato sulle spiagge di sassolini bianchi quando Gemma e Diego hanno passato con Gojko le vacanze a Dubrovnik.
Mi sono saziata di cevapcici intrisi di deliziosa salsa ajvar, li ho mangiati con loro insieme al miglior pesce che il mio palato di bambina possa ricordare.
Sono tornata sull’isola di Krk e ho rivisto la tenda in cui abbiamo campeggiato l’anno che la mamma era rimasta a casa con Alberto appena nato, ho riso di mio padre che tentava disperatamente di rimanere in equilibrio sul wind surf, ho mangiato i dentici e branzini con le mani dentro ai piatti di plastica sulla splendida isola di Rab.
Pazzesco come un libro a volte ti faccia dei regali inaspettati…

Poi la guerra.

E’ scoppiata nel romanzo e il suo ricordo mi è tornato alla mente con una veemenza icredibile.
Non la guerra in sè in realtà, ma ciò che a me ne è arrivato.
E’ incredibile come una disgrazia così vicina in termini geografici, fosse milioni di chilometri lontana da noi, o meglio da me, che all’epoca avevo 13 anni e mi rendo conto solo adesso di quanto non ne sapessi proprio nulla.
Mi sono commossa profondamente leggendo degli orrori di questo assurdo conflitto, che vengono raccontati con una lucidià tale da sembrare crudele,  il libro non è affatto facile da questo punto di vista, è un pugno allo stomaco continuo, ed è impossibile non rimanerne colpiti.

Ed ecco che altri tipi di ricordi tornano a trovarmi: mi rivedo nell’estate del ’90, tredicenne felice mentre decidiamo con mamma e papà che anche l’anno prossimo saremmo tornati al mare qui.

Avevamo infatti prenotato una villetta per l’estate successiva a Villas Rubin, nella splendida Rovigno, io e miei fratelli ne eravamo entusiasti perchè la casa era su due piani e ci sembrava un castello (anche se probabilmente erano circa 40 mq), ma soprattutto perchè nel villaggio c’era un’acquascivolo incredibile!
Sarebbe stata una vacanza meravigliosa, ne ero certa, niente l’avrebbe rovinata.
E invece…
La delusione mia e dei miei fratelli alla notizia “c’è la guerra non ci si può andare”, che allora mi era sembrata immensa, oggi mi fa sorridere, perchè mi rendo conto di quanto fossi piccola e completamente isolata in un mondo che non vedeva oltre i propri vicinissimi confini.
Ricordo di essermi arrabbiata, perchè io a Villas Rubin ci volevo tanto andare, e intanto leggevo di Aska e di come la sua vita fosse cambiata per sempre, di come la guerra prenda le persone e di esse ne restituisca “bucce vuote”.

Ricordi che affiorano, emozioni contrastanti che si alternano, riflessioni…difficile chiedere di più quando si legge un romanzo.
E’ uno di quei libri che ti fa piangere di commozione e di rabbia allo stesso tempo, che ti fa venire voglia di gridare come la vita sia tanto bella quanto ingiusta, che ti fa riflettere su cosa dovrebbe essere l’amore e che ti racconta, mentre ti parla di un’incredibile storia d’amore, dell’abomio della guerra nei suoi più sordidi dettagli.

Inutile aggiungere che io l’ho adorato, e se non sono ancora andata a vedere il film è perchè, lo ammetto, ho paura che non sia all’altezza del libro, però ci andrò ne sono certa.

Nel frattempo, riporto una delle (tantissimissime) frasi più belle:
“Guarda la finestra buia nella notte, pensa a me, al nostro patto. Si chiede come abbiamo fatto a camminare così lontano da noi stessi, a scivolare in questa follia ferma e oculata.”

Oggi è andata così, giornata nostalgia e riflessione.

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2 pensieri su ““Venuto al Mondo” di Margaret Mazzantini: medicina per la (mia) mente

  1. ancora non ho letto il libro.. lo sto tenendo per una prossima vacanza quando avrò la mente abbastanza libera per assaporarlo come si deve..
    nel frattempo, grazie per lo sladoled e tutto il resto..

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